Kulturlexikon · Sprachform / Italienisch, Präpositionen, Artikelverschmelzung, Syntax, Verortung, Dante, Divina Commedia
Nel
Nel ist die verschmolzene Form aus in + il und bedeutet „in dem“. Grammatikalisch gehört es zu den obligatorischen italienischen Präpositionsartikeln und verbindet eine räumliche, zeitliche oder abstrakte Beziehung mit einem definiten Bezugswort: nel (m. Sg.), daneben nello, nella, nei, negli, nelle. In der Divina Commedia übernimmt nel eine stille, aber tragende Funktion: Es verankert Dantes Erzählen in einer streng gegliederten Raum- und Seinsordnung – Kreise, Terrassen, Sphären –, und macht sichtbar, wie Zustände, Orte und moralische Lagen sprachlich als „Eingebundensein“ formuliert werden.
1. Grammatikalische Erklärung
Nel ist ein Präpositionsartikel (ital. preposizione articolata). Er entsteht durch die Verschmelzung der einfachen Präposition in mit dem bestimmten Artikel il. Die Verschmelzung ist im Standarditalienischen die reguläre Form, wenn in unmittelbar vor il steht. Semantisch entspricht nel dem deutschen „in dem“ bzw. je nach Kontext auch „im“.
Formenreihe nach Genus/Numerus des folgenden Nomens: nel (in + il), nello (in + lo), nella (in + la), nei (in + i), negli (in + gli), nelle (in + le). Funktional markiert die Präposition in typischerweise Ort (wo?), Richtung/Bewegung (wohin?), Zeit (wann/innerhalb welcher Phase?) oder abstrakte Einbettung (in einem Zustand, in einer Ordnung, in einem Begriff).
2. Bedeutung für Dante und Gebrauch in der Divina Commedia
Als einzelne Vokabel trägt nel bei Dante keine „Symbolbedeutung“ wie ein Leitwort, aber es ist ein hochwirksames Verortungs- und Ordnungsinstrument. Die Commedia ist eine Reise durch präzise gestufte Räume: Inferno, Purgatorio und Paradiso sind nicht Kulissen, sondern eine moralisch-metaphysische Topographie. Dantes Erzählweise denkt das Abstrakte konsequent räumlich; darum wird ein kleines Wort wie nel zu einem Drehpunkt der Darstellung, weil es beständig markiert, wo jemand ist, worin jemand steht, und in welcher Ordnung ein Zustand verankert ist.
Die berühmteste Leitstelle ist gleich am Beginn des Inferno: „Nel mezzo del cammin di nostra vita“. Hier leistet nel zweierlei zugleich: Es lokalisiert zeitlich („in der Mitte“) und rahmt diese Zeit als Weg-Raum („cammin“). Die Existenz wird als begehbarer Abschnitt begriffen; nel setzt den Sprecher nicht nur „zur Zeit“, sondern „in eine Mitte“, als wäre sie ein Ort, in dem man sich wiederfindet und verlieren kann. Gerade diese Raum-Zeit-Kopplung ist dantesk: Zeit ist nicht bloß Chronologie, sondern Lage im Sinnzusammenhang.
Darüber hinaus taucht nel in der Commedia ständig dort auf, wo Dante Seelen in Kreisen, Gräben oder Sphären situiert, wo Bewegungen „in“ neue Zonen führen, oder wo Zustände „in“ eine moralische Disposition eingeschrieben werden. So stabilisiert nel die Erzählökonomie der Reise: Jeder Schritt ist ein Eintritt „in“ eine definierte Zone, jedes Bild eine Einbettung „in“ eine Ordnung. Dantes Welt ist eine Architektur; nel ist eines der kleinen Bauteile, mit denen diese Architektur sprachlich immer wieder verriegelt und lesbar gemacht wird.
Konkordanz
- nel mezzo del cammin di nostra vita
- che nel pensier rinova la paura
- che nel lago del cor m’era durata
- Quando vidi costui nel gran diserto
- con lei ti lascerò nel mio partire
- che fu nel cominciar cotanto tosta
- di cui la fama ancor nel mondo dura
- sì nel cammin, che vòlt’ è per paura
- per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito
- Donna è gentil nel ciel che si compiange
- perché tanta viltà nel core allette
- ch’i’ son tornato nel primo proposto
- e che gent’ è che par nel duol sì vinta?»
- «Or discendiam qua giù nel cieco mondo»,
- che son qua giù, nel viso mi dipigne
- giù nel secondo, che men loco cinghia
- Ma quando tu sarai nel dolce mondo
- Fitti nel limo dicon: “Tristi fummo
- Tosto che ’l duca e io nel legno fui
- ch’i’ non ti lascerò nel mondo basso»
- che sì e no nel capo mi tenciona
- Tesifón è nel mezzo»; e tacque a tanto
- Io avea già il mio viso nel suo fitto
- E se tu mai nel dolce mondo regge
- tal orazion fa far nel nostro tempio»
- e nel presente tenete altro modo»
- nel prossimo si danno, e nel suo avere
- e ne’ suoi beni; e però nel secondo
- onde nel cerchio secondo s’annida
- onde nel cerchio minore, ov’ è ’l punto
- Qual è quella ruina che nel fianco
- che sù nel mondo la morte ti porse?
- ch’i’ discesi qua giù nel basso inferno
- come solien nel mondo andare a caccia
- che dier nel sangue e ne l’aver di piglio
- fu spento dal figliastro sù nel mondo»
- sappi che se’ nel secondo girone»,
- E se di voi alcun nel mondo riede
- I’ fui de la città che nel Batista
- Vecchia fama nel mondo li chiama orbi
- di voi quando nel mondo ad ora ad ora
- che si divalli giù nel basso letto
- o scoglio o altro che nel mare è chiuso
- Poi che nel viso a certi li occhi porsi
- Quivi venimmo; e quindi giù nel fosso
- che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo
- che que’ che son nel mio bel San Giovanni
- là giù nel fondo foracchiato e arto
- de l’acqua che nel detto laco stagna
- Loco è nel mezzo là dove ’l trentino
- vide terra, nel mezzo del pantano
- qui si nuota altrimenti che nel Serchio
- Lascian’ andar, ché nel cielo è voluto
- cadder nel mezzo del bogliente stagno
- piangendo e nel sembiante stanca e vinta
- che giace in costa e nel fondo soperchia»
- turbato un poco d’ira nel sembiante
- quando nel mondo li alti versi scrissi
- fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi
- e volta nostra poppa nel mattino
- dal principio nel foco, in suo linguaggio
- se ’l nome tuo nel mondo tegna fronte»
- fesso nel volto dal mento al ciuffetto
- s’arrestaron nel fosso a riguardarmi
- me per l’alchìmia che nel mondo usai
- e non so io perché, nel mondo gramo»,
- che ’l male ond’ io nel volto mi discarno
- avvien che poi nel maginare abborri
- e son nel pozzo intorno da la ripa
- pur un linguaggio nel mondo non s’usa
- che ne porrà nel fondo d’ogne reo
- salvo che più feroce par nel volto»
- Ancor ti può nel mondo render fama
- che stai nel loco onde parlare è duro
- Come noi fummo giù nel pozzo scuro
- forte percossi ’l piè nel viso ad una
- infin che l’altro sol nel mondo uscìo
- intrammo a ritornar nel chiaro mondo
- che s’accoglieva nel sereno aspetto
- giù nel ponente sovra ’l suol marino
- e nel mover de li occhi onesta e tarda
- truovi nel tuo arbitrio tanta cera
- sette volte nel letto che ’l Montone
- fatti avea due nel loco ov’ eravamo
- un’aguglia nel ciel con penne d’oro
- ma tre volte nel petto pria mi diedi
- Era intagliato lì nel marmo stesso
- e non so che, sì nel veder vaneggio»
- ha ella tratti seco nel malanno
- «liberamente nel Campo di Siena
- ancor nel volto tuo presso che stinti
- ché nel cielo uno, e un qua giù la pone»
- cade nel fango, e sé brutta e la soma»
- lo sole in pria, che già nel corcar era
- Moveti lume che nel ciel s’informa
- e ventarmi nel viso e dir: ‘Beati
- alcuna cosa nel novo girone
- si purga qui nel giro dove semo?
- Mentre ch’elli è nel primo ben diretto
- o con men che non dee corre nel bene
- sì nel tuo lume, ch’io discerno chiaro
- Com’ io nel quinto giro fui dischiuso
- O ciel, nel cui girar par che si creda
- dinanzi a noi chiamar così nel pianto
- e nel vicario suo Cristo esser catto
- portar nel Tempio le cupide vele
- fa dolce l’ira tua nel tuo secreto?
- che nodriro il Batista nel diserto
- quando Maria nel figlio diè di becco!’
- chi nel viso de li uomini legge ‘omo’
- Tempo futuro m’è già nel cospetto
- se nel mio mormorar prendesti errore
- prende nel core a tutte membra umane
- ‘Summae Deus clementïae’ nel seno
- nel dire e nel guardar d’avermi caro»
- Poi s’ascose nel foco che li affina
- prima raggiò nel monte Citerea
- Proserpina nel tempo che perdette
- falsava nel parere il lungo tratto
- di mezza notte nel suo mezzo mese
- Io vidi già nel cominciar del giorno
- Li occhi mi cadder giù nel chiaro fonte
- dovea poi trarre te nel suo disio?
- più nel suo amor, più mi si fé nemica
- Tratto m’avea nel fiume infin la gola
- «Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle
- Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo
- e perpetüe nozze fa nel cielo
- Entra nel petto mio, e spira tue
- segnata nel mio capo io manifesti
- vidi rivolta e riguardar nel sole
- qual si fé Glauco nel gustar de l’erba
- lumi, li quali e nel quale e nel quanto
- Ben che nel quanto tanto non si stenda
- che ti tremolerà nel suo aspetto
- dritti nel lume de la dolce guida
- I’ fui nel mondo vergine sorella
- son nel piacer de lo Spirito Santo
- ch’arder parea d’amor nel primo foco
- fuggi’mi, e nel suo abito mi chiusi
- ma quella folgorò nel mïo sguardo
- m’era nel viso, e ’l dimandar con ello
- Queste son le question che nel tuo velle
- possendo rifuggir nel santo loco
- «S’io ti fiammeggio nel caldo d’amore
- così nel bene appreso move il piede
- ché, nel fermar tra Dio e l’omo il patto
- come ’l quattro nel sei non è raccolta
- e sì come saetta che nel segno
- così corremmo nel secondo regno
- come nel lume di quel ciel si mise
- onde si volse nel vostro occidente
- Ma nel commensurar d’i nostri gaggi
- tal, che nel foco faria l’uom felice
- raggiasse, volta nel terzo epiciclo
- significava nel chiarir di fori
- quando Iole nel core ebbe rinchiusa
- di lei nel sommo grado si sigilla
- Guardando nel suo Figlio con l’Amore
- molta virtù nel ciel sarebbe in vano
- che, leggendo nel Vico de li Strami
- chi nel diletto de la carne involto
- con quel consiglio nel quale ogne aspetto
- prendi oramai nel mio parlar diffuso
- ch’el meritò nel suo farsi pusillo
- e nel suo giro tutta non si volse
- vide nel sonno il mirabile frutto
- che nel capestro a Dio si fero amici
- Tu credi che nel petto onde la costa
- sì costellati facean nel profondo
- nel congiugnersi insieme e nel trapasso
- che nel mio seme se’ tanto cortese!»
- nel montar sù, così sarà nel calo
- era per Francia nel letto diserta
- dico nel cielo, io me ne gloriai
- Li antichi miei e io nacqui nel loco
- sarieno i Cerchi nel piovier d’Acone
- onde è la fama nel tempo nascosa
- già nel calare, illustri cittadini
- Già era ’l Caponsacco nel mercato
- e discendendo nel mondo defunto
- tutta è dipinta nel cospetto etterno
- così nel fiammeggiar del folgór santo
- Poi, come nel percuoter d’i ciocchi arsi
- la bella image che nel dolce frui
- quand’ era nel concetto e ‘noi’ e ‘nostro’
- de lo Spirito Santo ancor nel segno
- Chi crederebbe giù nel mondo errante
- che par nel ciel, quindi fosse diffuso
- Ma quell’ alma nel ciel che più si schiara
- Indi rimaser lì nel mio cospetto
- che mise teco Roma nel buon filo
- che nel suo conio nulla mi s’inforsa»
- io avea detto: sì nel dir li piacqui
- ma quei la distillò nel mio cor pria
- Misesi lì nel canto e ne la rota
- Con le due stole nel beato chiostro
- e questo apporterai nel mondo vostro»
- che si facea nel suon del trino spiro
- presso di lei, e nel mondo felice
- perch’ io la veggio nel verace speglio
- vice e officio, nel beato coro
- e nel ciel velocissimo m’impulse
- che Dio parea nel suo volto gioire
- quandunque nel suo giro ben s’adocchi
- ma nel mondo sensibile si puote
- fiso nel punto che m’avëa vinto
- seminarla nel mondo e quanto piace
- Ma tale uccel nel becchetto s’annida
- riprofondavan sé nel miro gurge
- quando è nel verde e ne’ fioretti opimo
- E fia prefetto nel foro divino
- che nel suo sangue Cristo fece sposa
- Quando scendean nel fior, di banco in banco
- e se riguardi sù nel terzo giro
- ma dice nel pensier, fin che si mostra
- le menti tutte nel suo lieto aspetto
- sol differendo nel primiero acume
- fosse nel vivo lume ch’io mirava
In der Zusammenschau zeigt sich, dass nel bei Dante weit mehr ist als eine grammatische Verschmelzung aus Präposition und Artikel. Die Divina Commedia entfaltet eine Welt, in der Zeit, Handlung, Gefühl, Wille und Ordnung konsequent als Räume gedacht werden. Wer denkt, ist im Gedanken; wer leidet, leidet im Herzen; wer handelt, handelt im Weg oder im Beginnen; wer sich entscheidet, kehrt in einen Vorsatz zurück; wer gerichtet wird, befindet sich in einem Kreis, einer Tiefe, einem Ring.
Nel ist das kleine sprachliche Werkzeug, mit dem Dante diese Raumontologie unablässig stabilisiert. Es hält das Abstrakte fest, macht Zustände begehbar und verankert Moral, Geschichte und Innerlichkeit in einer architektonisch gegliederten Welt. Gerade weil nel unscheinbar bleibt, trägt es die Last der Ordnung: Die Commedia wird nicht erklärt, sie wird betreten. Dante erzählt nicht von Zuständen – er setzt den Menschen in sie hinein.
So erweist sich nel als eine der stillen Grundachsen von Dantes Sprache. An ihm lässt sich ablesen, wie sehr die Divina Commedia weniger ein Bericht als ein begehbarer Kosmos ist, in dem jedes Sein einen Ort hat und jedes Wort diesen Ort mitbenennt.